COME CAMBIARE LAVORO ED ESSERE FELICI: IL JOB HOPPING

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Che cos’è il “Job Hopping”? Letteralmente significa “saltellare” da un lavoro a un altro proprio come un hopper cioè una cavalletta.

È un’espressione utilizzata negli ultimi anni per riferirsi a un fenomeno tipico appartenente ai Millenials, generazione del nuovo millennio, detta anche Generazione Y, caratterizzata da una maggiore familiarità con i media e le tecnologie digitali.

I giovani nati tra il 1980 e il 2000, a differenza dei Baby Boomers (i nati tra gli anni ’40 e ’60), considerano la longevità professionale e il cosiddetto “contratto a tempo indeterminato” quasi come fosse un fallimento. Qualcosa a cui non aspirare.

Ma cos’è nello specifico questo Job Hopping?

È il cambiare spesso lavoro, all’incirca ogni due anni, in modo spontaneo e non dettato da una situazione economica precaria o da una crisi storica e politica come quella degli ultimi anni. È un’esigenza. Una volontà specifica.

Riguarda una necessità, soprattutto dei neolaureati, di non voler lavorare tutta una vita nella stessa azienda e nello stesso posto. È subentrata la convinzione che, cambiare spesso lavoro porti a una efficace crescita professionale che permette di acquisire maggiori competenze e capacità e consente di sviluppare un ottimo networking.

cambiare lavoro

Cosa contraddistingue un job hopper dagli altri?

E che cosa può mettere in evidenza in un ipotetico curriculum o lettera di presentazione?

  1. L’acquisizione di capacità diversificate, uniche e fruibili in vari contesti lavorativi utili a gestire imprevisti e a risolvere problematiche grazie alle esperienze professionali precedenti ed eterogenee.
  2. La creazione di una rete di contatti diffusa che apre nuove opportunità.
  3. Sviluppa le soft skills come il teamwork: la capacità di lavorare con persone che hanno competenze differenti, background differenti e punti di vista differenti.
  4. L’adattabilità, la flessibilità e la velocità nell’eseguire i compiti assegnati.
  5. Apportare nuove idee e proposte acquisite proprio grazie al costante cambiamento lavorativo.

La pratica del Job Hopping, neanche a dirlo, è di derivazione statunitense dove la percezione, la realtà e la mentalità lavorativa sono lontane da quelle italiane.

Negli Stati Uniti i lavoratori sono proiettati a cogliere costantemente nuove opportunità dal punto di vista della flessibilità e della convenienza economica. Sicuramente è questa impostazione che attrae i Millenials che, generalmente, sono predisposti a provare e approfondire le novità in ogni ambito. Compreso quello professionale.

L’attrazione principale è certamente la possibilità di un guadagno maggiore, ma sono fortemente attrattivi anche da:

  • la flessibilità oraria,
  • la differenziazione di obiettivi
  • il rinnovare l’entusiasmo per il proprio lavoro.

Quest’ultimo punto è particolarmente sentito dalla nuova generazione: trovare e ritrovare entusiasmo, rompere con la routine, aspirare a un lavoro che permetta di vivere in modo felice ed equilibrato migliorando qualitativamente la propria vita.

Il “saltellare” da un lavoro a un altro (fare job hopping), però, non è una strada che tutti riescono a percorrere. Spesso si innesca un conflitto interiore tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il senso di responsabilità e il desiderio di cambiare, tra il senso di colpa di ciò che si vorrebbe lasciare e la forte propensione a un sogno da voler realizzare.

Diventa quindi fondamentale, da parte del lavoratore o di chi sta cercando lavoro, analizzare le proprie necessità e rendersi conto delle proprie aspirazioni, invece da parte delle aziende e dei datori di lavoro, individuare degli elementi motivazionali e degli obiettivi nuovi e stimolanti per avere collaboratori e dipendenti più soddisfatti e performanti.

Quindi, conviene o no saltare da una professione all’altra? È vantaggioso o no il Job Hopping?

Nel nostro contesto nazionale è più difficoltoso cambiare così facilmente lavoro per più motivi.

  • Il primo problema è di ordine pratico: c’è una reale mancanza di opportunità e una lenta crescita che fa ancora percepire il periodo di crisi economica.
  • Il secondo problema è più di ordine “etico”. Persiste in Italia una concezione del lavoro tradizionale, fatta di fedeltà all’azienda, di contratti, di pensione.

Il “contratto a tempo indeterminato” e il “fare carriera” all’interno di un’azienda sono ancora visti come il punto massimo di arrivo per un lavoratore. Sradicare questa visione non è così facile. Riuscire a far capire che il mondo del lavoro è in una fase di profonda rivoluzione e che le esigenze e necessità da entrambe le parti (datore di lavoro e lavoratore) sono nettamente cambiate è un percorso ancora lungo. Nonostante ciò, il Job Hopping rappresenta un’occasione per le nuove generazioni che, proprio negli ultimi anni, stanno vivendo un periodo di incertezze ma anche di grandi e irripetibili possibilità.

Ma allora questo “saltellare” da un lavoro all’altro è utile? Rende davvero felici e soddisfatti?

La risposta è: si e no. Dipende da troppi fattori esterni e da troppe inclinazioni personali. In ogni caso la decisione è molto individuale. Ma, nell’attesa di fare una scelta sensata, possiamo riascoltare una canzone dei

The Clash: Should I stay or should I go

con la speranza che ci possa indicare una via. 🙂

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2018-11-21T17:01:15+00:00

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