SHARING ECONOMY E CONDIVISIONE. IL LATO OSCURO DI UNA NUOVA ECONOMIA

/, tecnologia/SHARING ECONOMY E CONDIVISIONE. IL LATO OSCURO DI UNA NUOVA ECONOMIA

Chi guadagna davvero con la condivisione di beni e servizi?

La sharing economy, come dice la parola stessa, significa letteralmente “economia della condivisione”.

Alla base di questa nuova formula di condivisione ci sono il riuso, il riutilizzo e, appunto, la condivisione. Questi tre elementi innescano un cosiddetto “circolo virtuoso” in cui professionisti, consumatori e cittadini mettono a disposizione competenze, tempo, beni e conoscenze, con la finalità di creare legami efficaci, basandosi sulla capacità relazionale della tecnologia e di internet. In questo modo, vengono incentivati stili di vita nuovi che riescono a favorire comportamenti positivi in ogni ambito, da quello sociale a quello ambientale, da quello politico a quello economico.

La sharing economy prevede uno scambio di beni e servizi fra pari dove, a dettare il prezzo dei beni e dei servizi offerti o scambiati, devono essere gli stessi utenti.

Il principio è che deve trattarsi di una negoziazione, un gioco contrattuale tra le parti in campo e non diretto da organizzazioni esterne. L’obiettivo è quello di promuovere nuovi stili di vita che prediligono il risparmio o la ridistribuzione del denaro, favorendo la socializzazione e la salvaguardia dell’ambiente.

Una volta chiarita la definizione e il significato stretto del termine è necessario fare alcuni esempi per capire cos’è effettivamente questa “economia della condivisione”. Termini come “car sharing”, “home sharing” e “social eating” sono ormai entrati a far parte della nostra quotidianità. Più che l’insieme delle parole, sono maggiormente indicative le piattaforme di riferimento. Prime fra tutte Uber, BlaBlaCar, Airbnb, Couchsurfing e Deliveroo. Ma sono solo alcuni esempi.

condivisione

Ciò che negli ultimi anni è riuscita a smuovere la sharing economy è sicuramente una crescita costante e il conseguente guadagno in termini di fatturato. Aumentano costantemente le piattaforme dedicate all’economia della condivisione e aumenta, esponenzialmente, la domanda soprattutto per i servizi dedicati ai trasporti, agli alloggi, alle persone, alle imprese e alla cultura.

Da questa prospettiva sembrerebbe tutto filare liscio. Ma non è così.

La sharing economy continua a crescere con regole frammentarie e spesso contradditorie sia sotto il profilo fiscale che su quello dei diritti dei lavoratori.

Solitamente dietro le piattaforme ci sono utenti privati che lavorano autonomamente e che ottengono somme di denaro in modo continuativo. Da qui inizia una difficoltà di inquadramento dei soggetti stessi. Ma, regolare una materia del genere significa, in qualche modo, snaturare questa tipologia di economia e non offrire le giuste tutele ai lavoratori.

A perdere in questa nuova economia della condivisione è il lavoratore.

I conducenti di Uber, così come i proprietari delle abitazioni messe a disposizione su Airbnb, hanno un guadagno minimo e nessun diritto in quanto non risultano dipendenti. In quest’ottica ad arricchirsi sono i proprietari delle piattaforme e a impoverirsi sono coloro che mettono, appunto, in condivisione i propri beni (macchina, bici, divano o alloggio).

Non a caso la sharing economy è nota anche come la gig economy (economia dei lavoretti) quelli “a rimborso spese” non regolamentati, non tassati e senza alcuna copertura assicurativa, proprio come per Uber.

Inizia a diventare necessario risolvere le contraddizioni della sharing economy in quanto è già in atto un processo di monopolizzazione. L’economia delle piattaforme offre convenienze tangibili ai lavoratori (salario accessibile, flessibilità e comodità d’uso) e ai datori di lavoro (prezzi bassi, velocità di selezione ed erogazione dei servizi). Ma questa è una convenienza che durerà poco. Lo scopo di ogni piattaforma è di arrivare a risultare leader nel proprio settore, dettare le proprie regole e azzerare la possibile concorrenza. Tutti elementi che annullano, dalle fondamenta, il concetto di sharing e consumer-frendly.

economia della condivisione

L’unica soluzione è riprogettare il sistema.

Le piattaforme dovrebbero diventare di proprietà della collettività in quanto ogni responsabilità ricade sui lavoratori che, tecnicamente, sono anche coloro che condividono i loro beni e che fanno i maggiori investimenti. Oltre al fatto che sono sempre i lavoratori a subire le possibili conseguenze di eventuali illegalità che avvengono nel corso di una transazione o a pagare i danni causati da eventi non prevedibili. Non meno importanti i rischi legali che variano da paese a paese. Dall’altra parte, invece, le società che si occupano di mediare tra domanda e offerta ottengono ottimi guadagni avendo in carico solo i costi di gestione della piattaforma.

La Comunità Europea si sta muovendo per proporre delle nuove linee guida volte non solo a trovare un equilibrio nelle normative che possano essere condivisibili fra i diversi Paesi dell’UE, ma anche a ridurre i rischi per i lavoratori e, in alcuni casi, porre dei limiti ai servizi. Il problema principale da risolvere si pone quando questi lavori diventano l’unica fonte di ricavo per molte persone, non fornendo loro “benefit” di alcun tipo come pensione o ferie.

Una problematica seria, e forse ancora non del tutto percepita, è l’accumulo di dati personali che le piattaforme di sharing trattengono e che posso riutilizzare per focalizzare meglio un potenziale target e aumentare a dismisura il proprio fatturato.

Ma c’è di più. Gli algoritmi che sono alla base di questi servizi hanno un potenziale discriminatorio. Il motivo è che le piattaforme consentono alle parti (utente e fornitore di servizio) di votarsi a vicenda, di raccomandare e di incentivare o meno determinati comportamenti, fino a escludere chi non è gradito. Il tutto, ovviamente, su basi non oggettive ma prettamente soggettive.

Insomma il quadro non è ancora del tutto chiaro e occorrerà tempo affinché si normalizzino alcune procedure.

Sicuramente la prima cosa che deve essere chiarita è la definizione stessa di sharing economy cioè un modello economico che, non si basa tanto sull’idea di condivisione di un bene, quanto sull’offerta di lavoro on-demand da parte di persone prive di un contratto.

Detto questo, è necessario quanto prima un controllo e una regolamentazione di un’economia fortemente tecnologia e digitalizzata che è in grado di innescare circoli virtuosi ma che non deve assolutamente mettere in secondo piano la dignità del lavoro e dei lavoratori.

Unisciti a oltre 2.500 allievi che hanno frequentato i nostri corsi.

Diventa parte della Community di Oltre S.r.l., per rimanere sempre aggiornato sulle nostre novità.

2018-04-18T09:36:31+00:00

Contatti

Via Breviglieri 3, 65128 Pescara

Phone: 0854314112

Articoli recenti